Butler, La forza della nonviolenza

“L’uguaglianza deve nascere sulla base di una comunità e delle relazioni all’interno di essa, e non come attributo dei singoli individui”.

È stato molto faticoso leggere questo libro, per me che non sono abituata a leggere saggi di filosofia. Ma lei ne vale sempre la pena!

Pilastro del femminismo, in questo libro (edizione italiana: Nottetempo 2020) non parla esattamente di femminismo, ma visto che il femminismo è possibile solo se trasversale, allora dico che questo libro è femminista.

L’argomento (sorpresa!) è la non-violenza. Anzi, nonviolenza, tutt’una parola.

Il presupposto è che violenza e nonviolenza sono termini controversi, su cui cerca di fare un po’ di chiarezza, cosa difficile, vista la manipolazione cui vanno soggette entrambe le parole da parte di chi ha il monopolio della violenza e anche della rappresentazione (lo Stato).

Lo Stato infatti riesce a far passare per violente anche manifestazioni platealmente pacifiche. Come? Distorcendo semplicemente la realtà. La narrazione dei fatti ha una forza che conosciamo ma non è mai inutile mettere in luce il fenomeno. Un esempio per tutti: i femminicidi. Il modo in cui vengono raccontati mostra la vittima come la vera colpevole, o comunque come una sfigata, e il colpevole come una persona malata, rendendo meno percepibili le dinamiche violente e le responsabilità reali.

Si tratta di un abuso del linguaggio da cui ci Butler ci mette ripetutamente in guardia. E quindi? Ci arrendiamo al fatto che la semantica pubblica può alterare i fatti con le parole e le parole con la narrazione, e ci stiamo zitte e buone? Naturalmente no, e in questo consiste la lotta. Riprendere la parola, risemantizzare.

È molto interessante la lunga spiegazione del motivo per cui non si dovrebbe rispondere alla violenza con altra violenza, anche quando chiamiamo la seconda “legittima difesa”. Il trucco per riuscirci è considerare tutti gli individui come un insieme e non come tali. Mettere sullo stesso livello me e chi mi attacca. E tutto il ragionamento si fonda su un assioma: tutte le persone sono interdipendenti e le loro vite sono tutte ugualmente preziose.

Butler suggerisce di uscire dall’individualismo non per forza di volontà ma attraverso una semplice osservazione: io non sono indipendente da chi mi sta intorno. Basta guardare come funzionano le città, le nazioni; anche le famiglie, aggiungerei. Se volessi vivere senza il frutto del lavoro altrui morirei di fame in un mese, anzi di sete in una settimana.

Questo vale sia al livello sociale macrostrutturale che del singolo. Quindi pace e bene, e tutti felici e contenti? Magari! Butler mette in conto, e sarebbe matta a non farlo, anche la presenza di conflitto e rabbia nel momento in cui si vive in una relazione interpersonale. E poi apre lunghi capitoli sulla psicanalisi per spiegare le dinamiche, ma io non ho familiarità con l’argomento e mi guardo bene dal riassumerlo, magari male.

Prendo solo nota qui che gli istinti omicidi non si imbrigliano solo con la forza di volontà e il ragionamento, ma con la consapevolezza che io e l’altro da me siamo non solo pari ma uniti, e se attacco l’altro, attacco me stessa. E anche se vorrei vedere morto il mio collega, posso dirottare i miei istinti omicidi sull’istinto omicida stesso, e andare oltre.

Non credo di averlo spiegato molto bene, ma chi è più brav@ di me può intervenire e fare delle aggiunte, mandandomi il testo da aggiungere su messaggi@degenere.net

Molto brillante mi è parso poi il ragionamento sulla contraddizione tra la rappresentazione dell’individuo (maschio) come autosufficiente e poi la fortissima retorica della cura (femminile) che sono in contraddizione e io penso che non possano coesistere se, nel parlare dell’una, non si occulta l’altra. Ma il nocciolo è che quella dell’autosufficienza è una pura invenzione, e che bisognerebbe fondare (rafforzare) una società della cura perché nella realtà nessuno è realmente autosufficiente.

Annoto poi il succo del discorso sulla vulnerabilità: il buon proposito di voler proteggere i più deboli instaura un rapporto paternalistico in loro difesa che anziché emanciparli li imbriglia ancor più nella dipendenza.

Mi ha molto colpita la differenza che l’autrice riscontra tra il razzismo americano e quello europeo, il primo diretto contro i neri e i nativi, il secondo contro i migranti in generale.

È infine approfondito l’interessantissimo concetto di dignità di lutto e della sua distribuzione differenziale, di cui avrete sicuramente già letto nell’articolo precedente, sempre legato al nome di Butler (la recensione al bellissimo podcast di La Poudre). Nel podcast l’intervista alla filosofa americana è condotta magnificamente e i concetti sono spiegati in modo più semplice, ma il libro ne è un’integrazione fondamentale. L’intervista c’è solo in inglese (tradotta poi in francese), quindi spero di aver reso un buon servizio a chi fa fatica con entrambe le lingue.

Ok, questo è quanto. Lunghissimo articolo che spero non ti abbia annoiat@ troppo. Spero anche di non aver capito e spiegato male; nel caso, non esitare a scrivermi e insieme correggiamo, ritocchiamo, discutiamo, chiacchieriamo.

messaggi@degenere.net

Parole chiave: violenza vs nonviolenza, nonviolenza attiva/militante semantica pubblica, potere di narrazione/rappresentazione, autodifesa, interdipendenza sociale, dignità di lutto, miti della creazione, vulnerabilità vs paternalismo, persone socialmente morte, biopolitica foucaultiana, razzismo, femminicidio, etica/politica della cura

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