Europa sostantivo femminile

Incontro interessantissimo, promosso dalla Città Metropolitana di Bologna, che è possibile guardare qui: https://www.cittametropolitana.bo.it/pariopportunita/Home/RSI_in_ottica_di_genere/europa_sostantivo_femminile/Europa_sostantivo_femminile_Video_degli_interventi_della_giornata

L’incontro è intelligentemente spezzettato: si può guardarlo tutto di filato o scegliere gli interventi di interesse.

Per esempio io sono andata direttamente al saluto di apertura di Elly Schlein che tocca un po’ tutti i punti chiave, tra cui la questione STEM e la segregazione occupazionale femminile, così come la necessità di rendere trasversali gli interventi in favore dell’occupazione femminile, senza dedicargli un pacchetto a tenuta stagna che non ha molto senso e ancora meno efficacia (https://video.link/w/Jhqnc)

Vivo, appassionante e pieno di verve l’intervento di Sabbadini sulla lentezza dell’Italia verso l’obiettivo parità di genere. Il nocciolo del discorso è che il calo occupazionale in Italia con la pandemia è stato maggiore che nel resto d’Europa. Anche negli USA c’è stato un crollo dell’occupazione femminile, ma non dell’entità che si è registrata da noi, doppia rispetto al resto del mondo. L’Italia già partiva dal penultimo posto come parità di genere in Europa, si capisce che dopo l’emergenza covid il problema diventa ancora più grosso. Il maggior calo in Italia è toccato ai liberi professionisti e ai lavoratori precari che, aggiungo io, sono in larga parte donne. Ho trovato poi piuttosto grave ciò che Sabbadini segnala: all’Italia sono stati messi paletti per il recovery plan solo sul green e sulla rivoluzione digitale, ma non sulle politiche sociali, di cui invece avremmo gran bisogno. Schlein notava che se tali fondi vengono destinati a professioni da cui le donne sono escluse, il divario aumenterà ulteriormente (https://video.link/w/6Zpnc). Se hai tempo guardalo, perché secondo me ne vale decisamente la pena.

Sabbadini dice anche un’altra cosa importantissima: l’investimento sulle STEM deve partire dalle scuole dell’infanzia, e sarebbe opportuno inserire una materia universitaria curricolare sui “role model” e gli stereotipi di genere (dal min. 13:30).

Della conversazione tra Merola, Latella e Robotti, ho trovato interessanti le buone pratiche caldeggiate per le aziende proposte da CapoD (comunità che non conoscevo) come: certificazione di equità salariale, sostegno alla genitorialità, ascolto, valorizzazione carriere femminili, asili nido, bilanciamento tra orario di lavoro e scolastico dei figli per entrambi i genitori. Tutte buone pratiche, queste, di alcune aziende, che CapoD diffonde attraverso il progetto Agorà, portandole nelle imprese del territorio. Per approfondire: https://www.capod.it/ (link incontro: https://video.link/w/STrnc).

Ho ascoltato anche l’intervento intitolato “Etimologie: le parole che cambiano”. Parlavano Vera Gheno e Giovanna Cosenza. Mi interessava particolarmente, visto che anche una rubrica di questo blog si concentra sulle parole.

Gheno

Le parole non sono limitate al significato corrente, ma hanno una storia e sono stratificate. Perché? Perché servono a descrivere la realtà, e se la realtà cambia, le parole si devono adeguare per continuare ad esserci utili. Nel caso di degenere.net questo è molto rilevante. Quando una cosa viene nominata, “esiste di più”, ovvero è percepibile anche dalla mente in modo più chiaro. E così passiamo allo scottante argomento dei femminili dei mestieri. Ho scoperto che architettrice era la forma seicentesca di architetto. Carino, no?

Usare le forme femminili serve ad aumentare la visibilità, la naturalezza e la rappresentatività delle persone reali che coprono il ruolo di turno. In questo caso, delle donne. Altrimenti la loro presenza in ruoli in cui sono poche viene ulteriormente ridotta, nella percezione e spesso (di conseguenza) anche nella realtà. O comunque viene ulteriormente ostacolata, anche nella conquista della dignità di essere assunte in quello specifico ruolo.

Spiegato uno schifo, vero? Mi dispiace! È che conto sul fatto che chi mi legge è molto intelligente.

Cosenza

La parola stereotipo deriva dal greco e nasce nel Seicento; significa impronta rigida e definisce un oggetto legato alla tipografia (la matrice dei caratteri per la stampa). Anche lo stereotipo in questo momento è vittima di stereotipo, perché additato come negativo a priori. In realtà gli stereotipi, poveroni!, hanno la loro utilità e vivono nella nostra mente come strumento cognitivo che permette di categorizzare l’esperienza. Si pensi agli stereotipi visivi (ignoro cosa siano… approfondirò). Lo stereotipo serve a scovare le somiglianze ed eliminare le differenze, per esempio per collegare una parola al suo significato.

Il problema nasce quando le differenze sono del tutto annullate e la percezione della realtà e i concetti si irrigidiscono e ci accecano. Allora nascono i pregiudizi, quelli sì deleteri e davvero negativi, senza scusanti, senza se e senza ma!

Per scovare uno stereotipo, ovvero un concetto irrigidito, bisogna fare un grande sforzo, tanto è radicato – e spesso utile o almeno comodo – per la nostra mente. Che poi gli stereotipi li abbiamo tutt*, senza eccezione. Magari siamo più sensibili di altr* a certi stereotipi, ma nessun* si può dire davvero innocente|

C’è una resistenza legata a motivi sociali e culturali a superare i propri stereotipi perché oltre che utili sono anche definitori della nostra identità. Per fortuna a furia di insistere alcuni stereotipi decadono. E come si insiste? Con l’educazione, a scuola (dai nidi in su), sui giornali, in TV, ovunque.

Come si dice a Napoli: Dall’ e dall’, s’impara pure o metall’! (La trascrizione del dialetto per me è sempre problematica…)

Mi è piaciuta molto l’espressione “consapevolezza a cascata”, che parte dall’educazione, attraversa associazioni e protocolli, e piano piano raggiunge tutt*.

Ho gradito molto anche la frase riassuntiva di uno che non ho capito chi fosse (ma se ascolti l’incontro lo capisci sicuramente), che ha detto: “il modo in cui chiamiamo le cose è il modo in cui le facciamo esistere”. Vale anche per le persone. Per esempio, ora che ho chiamato questo relatore “uno”, non solo l’ho privato dell’identità, ma gli ho anche sottratto il ruolo (relatore, magari anche professore, o imprenditore, o presidente di qualche importante associazione?) e la dignità (come se dicessi: “di lui non me ne importa niente, sicuramente non importa neanche a te che ascolti, quindi non è degno di essere nominato”). Gli chiedo scusa pubblicamente. Ma spero ti resti il dubbio che l’abbia fatto apposta per fare questo esempio! Come quando in un convegno, e capita spesso, se ci sono un uomo e una donna a parlare, lui viene indicato col titolo (per esempio professore) e lei solo col nome, magari addirittura di battesimo. Mi capita spessissimo di notarlo nelle interviste radiofoniche, immagino succeda anche in TV, ma non la guardo e non lo posso dimostrare.

Posso testimoniare però di un’altra cosa: ho usato i libri di Zanichelli per le medie, e il decalogo di cui parla la redattrice in coda agli interventi è stato completamente ignorato. Ecco un link per leggere il decalogo, peraltro intelligente, conciso, generalmente giusto: https://www.zanichelli.it/chi-siamo/obiettivo-dieci-in-parita?fbclid=IwAR1f79ed6kTQuT7DkMyG3Pjfz_JUyL_C9AXr7Tbl67nOhadzTCDYQ0sLpE0

Ecco il link agli interventi di Gheno e Cosenza, perché tu possa cogliere tutto quello che a me è sfuggito: https://video.link/w/IIWnc

Gli incontri che qui non ho commentato o non li ho guardati, o non avevo da dirne niente.

Ma se vuoi aggiungere altro, la mia casella messaggi@degenere.net è sempre aperta!

P.S. Un libro menzionato che non conoscevo e vorrei leggere è Via Libera. 50 donne che si sono fatte strada di Valentina Ricci, Viola Afrifa e Romana Rimondi.

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