Valeria Palumbo, Non per me sola. Storia delle italiane attraverso i romanzi

Questo saggio è fenomenale; meriterebbe ripetute letture e un resoconto più accurato del mio, che è piuttosto random (chiedo venia, ma questo blog è informale, quindi concedetemi questa libertà!).

Lo scheletro del testo è un’idea non particolarmente originale, se vogliamo, ma è svolta con maestria e consiste nel raccontare vari aspetti delle vite delle italiane attraverso romanzi di autrici di varie epoche.

C’è in questo libro non solo una grande maestria nell’organizzazione dei contenuti, ma anche un enorme lavoro dietro, che si direbbe frutto della ricerca di un’equipe di studios*, quando invece è interamente farina del faticoso sacco di Valeria Palumbo!

Non so quanto ci abbia messo a spulciare tutto il materiale (letterario, giornalistico, giuridico, storico…) ma è certo che l’ha fatto! Basta leggere la corposissima e ben organizzata bibliografia per rendersene conto.

Intelligentissima e nient’affatto scontata è anche la scelta degli argomenti, divisi nei capitoli di cui riporto i titoli e le cose che mi hanno colpita di più, per rendere un’idea almeno parziale dell’ampiezza dei punti trattati e della loro (posso dirlo?) esaustività.

Tutti i discorsi sono sempre corredati da precise informazioni storiche, oltre che da brani di romanzi, che sono perlopiù spunto e non oggetto della trattazione.

I miei commenti non sono in alcun modo sufficienti a far capire il contenuto. Quindi, fatevene una ragione: penso proprio che dovreste comprare questo testo e leggerlo!

1. Padri o padroni? Il potere dei padri, fratelli e tutori. Capitolo sulle tremende leggi che limitavano la libertà e con essa il benessere delle donne fino ad anni più recenti di quanto ci piacerebbe credere. Questa maledetta concezione delle donne come oggetto degli uomini che è tanto dura a morire ma tanto prona a farci morire…

2. L’amore è una malattia. Sentimento desideri e pregiudizi. Il titolo parla da sé, non aggiungo altro. Mi ha piacevolmente sorpresa questa informazione: la percentuale di nubili è sempre stata piuttosto alta (tra il 10 e il 20%, stando ad alcuni studi che coprono il periodo tra il 1250 e il XIX secolo. Avrei detto molto meno).

3. Il lavoro. La fabbrica, l’impiego, l’orgoglio. Questo è l’argomento che mi ha sempre interessata di più, e qui è svolto superbamente. Vederlo attorniato da altri spunti che non avevo considerato altrettanto importanti, e che invece lo sono, mi ha piacevolmente aperto la mente.

4. Purché accompagnate. L’impossibilità di muoversi in libertà. Tra le altre cose, Palumbo segnala che più il livello sociale era alto, più le donne venivano chiuse in casa, ma quando la necessità di guadagnare si faceva impellente, allora le limitazioni se non cadevano, certo si riducevano. Tenere in casa la moglie mostrava quanto fosse facoltoso il marito. Secondo l’autrice era segno più di prestigio sociale che di sessismo. Io non arriverei ad essere così tollerante (non che altrove l’autrice lo sia! Tutt’altro: critica dove c’è da criticare, ma senza mai cadere nel tono panflettistico o da manifesto). Se un uomo si permette di tenere chiusa in casa una persona, donna, il sessismo c’è, così come c’è razzismo se la persona è nera, per esempio, o come c’è specismo quando si tengono i gatti chiusi negli appartamenti perché ci si sente loro padroni. Quindi il sessismo, in questa abitudine borghese, secondo me c’è eccome. Diciamo che all’epoca (epoca parecchio lunga, a onor del vero) era come permettersi di mantenere un cavallo senza farlo correre. Solo che le donne morivano di noia, e poi si dava loro delle isteriche. (Sto semplificando, chiaramente Palumbo ha molta più classe e fonti per spiegare bene quello che ho qui malamente sintetizzato.)

5. Peccato che abbia studiato. I limiti imposti all’istruzione femminile. Questa è una delle cose più offensive che gli uomini ci abbiano fatto, e in vario modo e in vari luoghi ancora continuano a fare. Solo nel 2012 il World Development Report della Banca Mondiale rendeva nota un’ovvietà: non c’è modo di garantire lo sviluppo di un Paese senza fare studiare (e io aggiungerei anche ‘avanzare nella ricerca’) metà della popolazione. Ma ci rendiamo conto di quante mancate scoperte questo ha causato? Anche senza voler tirare in ballo la soddisfazione personale di tante vite ed energie gettate ai cani. Argh! Che rabbia!

Io sto parlando benissimo di questo saggio, perché lo merita, ma se dovessi dire che è stata una lettura piacevole mentirei: più si legge e più ci si arrabbia!

6. Il mito della fedeltà. Matrimonio e adulterio. Nel capitolo si scoprono tutte le leggi e le implicazioni pratiche oltre che psicologiche dello squilibrio in fatto di doveri e diritti coniugali.

7. Madri in silenzio. La maternità spodestata. Da leggere assolutamente! Per chi è madre e per chi madre non è.

8. Il corpo pericoloso. La fisicità come difetto e malattia. Sul modo in cui il corpo femminile è stato frainteso; ad esso è concesso uno studio insufficiente, parziale, pieno di stereotipi e quindi dannoso per la salute e la vita stessa. Studio, ça va sans dire, condotto esclusivamente da uomini, giacché le donne per secoli non hanno potuto studiare medicina. Palumbo ci mostra anche il legame tra corpo e psiche che viene costantemente travisato, stigmatizzato e ridotto al binomio normale-anormale. Il comportamento ritenuto “anormale” è considerato segno di pazzia e quindi il corpo che lo manifesta, ovvero lo genera, è rinchiuso in manicomio (qui forse dovevo usare i tempi del passato).

9. Così poco la mia città. Città, casa e camere ammobiliate. Una delle cose che mi ha colpita di più in questa lettura è che il mito della casalinga, il mio incubo dall’adolescenza, essendo io del ‘78, in realtà nasce nel secondo dopoguerra. Prima le donne non erano angeli del focolare ma in casa ci lavoravano anche, e producevano reddito aggiuntivo; si pensi per esempio alla presenza di telai in casa (per i ceti meno abbienti). Ora si discute di più di come sarebbero le città se non le avessero progettate uomini bensì (anche) donne, ma resta un campo di ricerca a mio avviso da esplorare. Notevole anche come l’emigrazione delle lavoratrici abbia paradossalmente concesso loro maggiore libertà, e non necessariamente un disagio supplementare, nella condivisione di camere ammobiliate con altre persone nella loro sessa condizione. Se doveste scegliere tra lo stare in una casa grande ma in un paesino sotto lo sguardo controllore di tutti, o in una cameretta fredda e umida in una grande città ma libera di gestire il vostro spazio e la vostra vita secondo le vostre esigenze (seppur con le innumerevoli difficoltà che ciò comporta), avreste dubbi? Nemmeno le eroine dei romanzi citati.

10. Vestite per lui. Moda, guardaroba e divieti. Qui ho appreso la notizia sconvolgente che in Francia portare i pantaloni per le donne è stato illegale fino al 2013. Ok, lo riscrivo, perché non pensiate che sia un errore di battitura: fino al 2013, 8 anni fa, ok? Cioè, siamo giuste: potevano portarli, ma dovevano chiedere il permesso alla questura. Potevano portarli solo se andavano in bicicletta o a cavallo. Certo, quasi nessuno lo sapeva, ma se la legge non ammette ignoranza, è veramente assurdo che a nessuno dei valenti legislatori fosse venuto in mente di far abrogare la legge. Semplice dimenticanza?

11. Tutti i fronti della guerra. Violenza, tempi di guerra, di resistenza e di pace. Alla fine di questo capitolo mi è venuta una voglia incredibile di scrivere un articolo sulle richieste di risarcimento delle vittime degli stupri legati alla seconda guerra mondiale, prima concesse e poi non erogate. L’informazione andrebbe approfondita ancora di più di quanto Palumbo non abbia potuto fare, pur avendo riportato eloquenti estratti del brillante discorso dell’on. Maddalena Rossi al riguardo, tenuto alla Camera il 7 aprile 1952 e malamente recepito dai colleghi.

12. Una prigione di nome Sud. Famiglia e controllo sociale. Povero Sud! Sempre così indietro… anche se l’autrice lo vede ottimisticamente risollevarsi, grazie alla frequenza femminile delle università e all’emigrazione (che tuttavia non rende le regioni del Sud luoghi migliori, a mio avviso. Semplicemente permette la fuga, ma se si abbandona la barca, non per questo la barca non affonda).

13. La chiamavano vocazione. Il peso della religione e la monacazione forzata. Ho letto in questo capitolo storie che mi hanno fatta rabbrividire. Un mondo, quello delle religiose, per me quasi del tutto inesplorato, che emerge nelle ultime pagine del libro in tutta la sua sorprendente violenza.

Anche le conclusioni sono molto ben scritte e da leggere.

Tutto il libro è da leggere, si sarà capito. Non fosse così irritante (per il tema, non certo per la scrittura!) me lo rileggerei più e più volte.

(Opera edita da Laterza nel 2020)

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