Stupro

Ieri mi è successa una cosa curiosa. Eravamo due donne e tre uomini e si parlava del più e del meno; non so come, la conversazione ci ha portat’ a discutere di un piccolo incidente che può capitare a un uomo: che inavvertitamente gli si pieghi il pene in erezione. Da donna me lo immagino come un incidente piuttosto doloroso, dalla durata di qualche minuto e un lieve indolenzimento residuo per qualche ora. Ma negli uomini presenti ha suscitato una reazione molto forte. Si sono tutti protetti i rispettivi peni e hanno fatto delle facce di sofferenza che sembravano reali.

Questa risposta empatica al solo pensiero di un dolore ai genitali negli uomini non l’ho mai vista quando si parla di stupro, mentre io faccio sempre una fatica enorme a trattenere il fastidio quando ne sento parlare o ne parlo io stessa. Che agli uomini non faccia lo stesso effetto lo capisco: io a sentir parlare di peni piegati non mi sono minimamente scomposta. Ma mi domando: è paragonabile? Perché le lesioni che subisce una vagina durante uno stupro non suscitano la stessa empatia? La suscitano nelle donne? In che misura?

Ho paura che a forza di sentir parlare di stupro ci si anestetizzi, come ci si anestetizza davanti alla TV a sentire di naufraghi annegati, lontane città bombardate, deforestazione, ecc. O forse non è l’anestesia mediatica a interrompere l’attivazione del processo empatico, bensì tutto l’immaginario tossico che una rappresentazione sessista dello stupro porta con sé, nascondendo la verità e guastando la capacità di immedesimazione.

Un ottimo articolo di Giulia Siviero, Il mito dello stupro, lo spiega benissimo, e mi permetto di sintetizzarlo qui nei suoi assunti generali (lo spunto era il video di Grillo a difesa del figlio accusato di stupro, di cui non scriverò).

Ci sono 4 mosse per rendere questo doloroso evento un problema che riguarda solo chi lo patisce. E un problema neanche tanto grave.

  1. DELEGITTIMARE LA VITTIMA

Come fare? Facilissimo: basta mettere in dubbio la sua parola, la sua rispettabilità, indagare la sua vita sessuale (se aveva una vita sessuale attiva, allora lo stupro è meno stupro?), sfruttare la propria posizione di potere, se se ne ha, per portar la questione su un piano “la mia parola contro la tua” e vincere facile (perché credibilità e potere vanno a braccetto). Se poi la vittima è una donna reattiva, che dopo un primo spiazzamento si fa coraggio, si cura le ferite e passa al contrattacco per vie legali, allora la si può accusare di una reazione non consona. Prima, perché ha aspettato troppo a denunciare, poi, perché ha denunciato: le vittime di stupro vengono rappresentate come delle poverine ormai segnate a vita, incapaci di uscire di casa e ancor meno di denunciare. Se non sono così, allora non sono vittime. Un ragionamento che prende brutte pieghe perché parte da un presupposto sbagliato: le vittime sono tutte uguali. Invece sono persone reali, e ognuna reagisce a modo suo.

2. RENDERE IL RESPONSABILE PROTAGONISTA E VITTIMA, RIBALTANDO IL PUNTO DI VISTA

L’accusa lo stressa: povero uomo! Il processo lo mette in cattiva luce? Poverino. Era una brava persona e ora tutti lo giudicano un criminale? Ma poveretto! Forse era stressato? Ehi, voi brutte femministe cattive e antipatiche, ma perché non vi mettete un po’ nei suoi panni? E per aiutare le persone a mettersi nei suoi panni, sono spesso le sue parole ad essere riportate sulla stampa, la sua vita ad essere narrata, la sua serata ad essere descritta come un po’ sopra le righe ma non violenta., in fondo E si sa, la simpatia di chi legge va sempre al/la protagonista. Ma in una vicenda di stupro chi è protagonista? Qual è il punto di vista che va tenuto in considerazione? Chiediamocelo e rispondiamoci francamente: chi è il cattivo? Lui. E quindi chi deve essere la protagonista? Lei. (Protagonista nel senso che la storia deve essere narrata dal suo punto di vista, non che ci si deve fare gli affari suoi.)

3. COLPEVOLIZZARE LA VITTIMA

Perché quando si comincia a farsi gli affari della donna, immancabilmente (in una narrazione tossica) si finisce per dare la colpa a lei: ha una vita sessuale troppo attiva, vestiti troppo appariscenti, aveva bevuto troppo, stava tornando a casa tardi la sera da sola. Insomma, è stata un’incosciente e quindi andava punita. Se poi incosciente lo era per davvero, perché sotto effetto di droga o alcool, peggio ancora: l’idea che non si sia accorta di niente scagiona l’uomo anziché peggiorare aggravare l’abuso. Questa strategia si chiama “vittimizzazione secondaria”: chi già ha subito un torto, ne subisce un secondo attraverso l’imposizione di una distorta rappresentazione pubblica di sé. La retorica del “se l’è cercata” è la frase tipica della vittimizzazione secondaria.

4. SMINUIRE LA PORTATA DEL FATTO

Quando tutto manca, si può sempre negare o “ridimensionare” l’accaduto: non si è fatta poi così male, non è durato molto, sta esagerando, sta manipolando i fatti, si sta divertendo a metterlo in cattiva luce per vendicarsi di qualcosa o per pura perfidia. Tutte queste affermazioni sono la conseguenza della cultura dello stupro, basata su convinzioni erronee tra cui: 1. quando una donna nega il consenso viene sempre rispettata (ma tutte sappiamo che le avances insistenti in realtà sono molestie, e che possono degenerare); 2. se una donna è obbligata ad avere un rapporto sessuale, allora in fondo certamente lo voleva; 3. le donne dicono di no ma in realtà vogliono dire sì, però si vergognano di dirlo apertamente e quindi bisogna stare al loro gioco e “fare finta” di obbligarle; 4. se una donna è ubriaca, sola, scollata, se ha preso un passaggio da uno sconosciuto, se ha risposto a un cat calling, allora la responsabilità è sua.

Sopportare queste 4 mosse contro di sé è un prezzo altissimo da pagare per chiedere (“chiedere”, non necessariamente “ottenere”) giustizia. Non ci si meravigli quindi che molte preferiscano leccarsi le ferite e andare avanti senza aggravare tutta la faccenda con questo veleno.

Mi dispiace, questo articolo doveva essere una sintesi e invece è uscito lunghissimo… Comunque l’articolo ispiratore è a questo link e vale molto la pena di leggerlo: https://www.internazionale.it/opinione/giulia-siviero/2021/04/21/mito-stupro (pubblicato dall’Internazionale il 21 aprile 2021).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: