Intervista sulla maschilità con Matteo Botto

Ho conosciuto Matteo a un interessantissimo seminario sulla scrittura transfemminista; lui teneva il modulo sulla maschilità e io ho pensato bene di fargli qualche domanda in più, fuori dal seminario e dal seminato. Per fortuna Matteo si è prestato, nonostante gli impegni che oberano un dottorando dell’Università di Genova come lui.

Se, come credo, dopo la lettura di questa intervista vi resterà la fame, potrete continuare a seguire Matteo su Instagram @teo.botto.

Intanto ecco le domande con le relative risposte (sintetizzate).

1. Come disinnescare la maschilità tossica in modo efficace (visto che lo scontro diretto spesso non funziona)? Come rendere consapevole chi ha un privilegio del fatto che ce l’ha sì, ma non per suo merito? Non ci sono linee guida universali, dipende dal contesto e dalle persone specifiche. Si può contrastare il fenomeno a livello di società, dando voce e visibilità alle persone marginalizzate su tutti i media senza dimenticare l’educazione sessuale e affettiva a scuola. Al livello individuale, una buona strategia è fare degli esempi partendo dal vissuto individuale della persona che abbiamo di fronte, stimolarla a pensare che probabilmente anche lei vive delle discriminazioni per dei motivi culturali (genere, provenienza geografica, classe sociale, ecc…). Non è per niente semplice perché il concetto stesso di privilegio è complesso, e il pensiero di chi non è avvezzo a questi discorsi va subito al privilegio economico. Spesso chi ci ascolta pensa che gli diciamo che è fortunat* o che nella vita non sta facendo nessuna fatica in quanto privilegiat*. Nel momento in cui si chiarisce che cosa si intende con “privilegio”, molte barriere comunicative si abbassano. (Matteo però mi ha fatto anche riflettere sul fatto che affrontare la questione di petto è comunque un diritto di chi è oppress*, e che “educare l’oppressore” e porsi il problema di come far riflettere le persone poco sensibili alle tematiche che ci stanno a cuore è di per sé un’azione non dovuta. Ma allora, mi chiedo io, perché ci tengo tanto? Non sarà mica una mia deformazione professionale?)

2. Il conflitto è utile? E in che fase del processo di emancipazione? Intendendo per conflitto lo scontro violento, non la discussione e il confronto. Non c’è una risposta unica a causa delle troppe variabili in gioco. Certo, è sempre meglio evitare la violenza. Ma guardiamo alla storia dei diritti umani: in alcune situazioni pare che certi gruppi non abbiano avuto alternative per farsi ascoltare. Un esempio tra tutti è il Pride, che non è sempre stata una manifestazione colorata e gioiosa come al giorno d’oggi (nel mondo occidentale). Il motivo è semplice: non è sempre facile rispondere pacificamente a chi ti violenta e ti opprime tutti i giorni per ciò che sei o per ciò che rappresenti. Le stesse suffragette britanniche, che avevano iniziato la loro protesta in modo pacifico, sono state derise e hanno dovuto cambiare strategia. È una questione etica su cui gli attivismi si scontrano tutt’oggi.

3. La manosphere è un fenomeno destinato a crescere? Quanto può influire sui più giovani? È un fenomeno che cresce dal 2009, e che è stato favorito ancor di più dall’isolamento dovuto alla pandemia. Infatti, lo stare a contatto online solamente con le persone a noi simili ha inasprito i processi di radicalizzazione. Prendiamo per esempio 4chan, il sito web in cui è possibile postare contenuti. Le sue pagine sono come delle bacheche divise per temi (manga, politica, film, musica, ecc…) dove gli utenti, anonimamente, possono postare testi o immagini. A causa della mancanza di policy sull’hate speech, su questo social sono molto diffusi contenuti di odio, favoriti dall’anonimato. Se prima un ragazzo poteva passarci solo 3 ore al giorno, in pandemia può avercene passate fino a 7. Ciò comporta una limitazione del confronto e un’atomizzazione delle idee. Inoltre, questi siti si stanno organizzando sempre meglio e captano le attenzioni dei più giovani, diventando la loro principale educazione sessuale ed emotiva. E non ci illudiamo: non basterà tornare a vederci di persona per rallentare questo fenomeno. Gli unici antidoti, ancora una volta, sono l’educazione e il lavoro culturale.

4. Che lavoro portano avanti associazioni maschili positive come Maschile Plurale? Fanno un lavoro di formazione nelle scuole ed organizzano gruppi di autocoscienza maschili con un facilitatore, per guidare i partecipanti in percorsi simili a quelli introdotti dal femminismo fin dagli anni ‘70. In questo modo, confrontandosi tra loro, gli uomini hanno uno spazio sicuro in cui poter esprimere le proprie emozioni sulla propria maschilità. Questo processo porta a galla i meccanismi del patriarcato per disinnescarli in maniera consapevole.

Dopo queste domande ho deciso che era giunto il momento di lasciare in pace Matteo, almeno per quel giorno. Ma immagino che questo assaggio vi avrà fatto venire voglia di fare altre mille domande! Intanto potete scrivere a me, e io passerò la palla al giocatore Matteo, che ringrazio infinitamente per la disponibilità e la grande chiarezza espositiva che mi ha dimostrato.

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